Promessi Sposi, capitolo 28: riassunto semplice, schema e quiz
Aggiornato il · Scritto da Revizly
Il capitolo 28 dei Promessi Sposi è un capitolo storico: racconta la carestia a Milano dopo la sommossa, i poveri chiusi nel lazzaretto e la guerra di Mantova. Si chiude con l'esercito dei lanzichenecchi che scende verso il territorio di Lecco.
Riassunto del capitolo 28
Dopo una breve abbondanza, a Milano la carestia esplode: le gride non servono, Federigo soccorre i poveri, il lazzaretto diventa un luogo di morte. Poi don Gonzalo lascia Milano e i lanzichenecchi invadono il ducato.
Le gride contro la carestia
Dopo la sommossa di San Martino il pane torna abbondante e a buon mercato «come per miracolo». Ma tutti comprano senza misura e fanno scorte, e l'abbondanza non può durare. Il governo prova a mantenerla con le gride: il 15 novembre Antonio Ferrer vieta di comprare pane per più di due giorni e minaccia la galera ai fornai che ne lasciano mancare; poi si sequestra metà del riso per il pane di mistura, si fissa il prezzo del riso, si proibisce di portare pane e farina fuori città. Il narratore commenta con ironia: la folla voleva far nascere l'abbondanza con il saccheggio, il governo voleva mantenerla con la galera e la corda. Ogni legge rimedia alle conseguenze della precedente, e tutte nascono dalla prima, che fissava al pane un prezzo lontano da quello reale. Risultato della sommossa: viveri distrutti, consumi sprecati e quattro poveretti impiccati come capi del tumulto.
Milano affamata
Nell'inverno e nella primavera la carestia si scatena. Le botteghe chiudono, le fabbriche si svuotano, e per le strade chiedono l'elemosina operai, garzoni, bottegai falliti, servitori licenziati, perfino i bravi, che porgono umilmente la mano un tempo alzata per minacciare. Lo spettacolo più triste sono i contadini, arrivati a famiglie intere dalla campagna devastata dai soldati e dalle tasse. Lungo i muri ci sono mucchi di paglia dove i poveri dormono e a volte muoiono. Si riconoscono i nuovi arrivati dall'aria stupita e quasi offesa di trovare in città tanta concorrenza di miseria. Di giorno per le strade si sente un ronzio di voci che supplicano, di notte gemiti e urla. Lo storico Ripamonti racconta di aver visto una donna morta di fame, con l'erba in bocca e un bambino al petto che piangeva; alcune persone pietose lo raccolsero.
In mezzo a tanta miseria spicca la carità di Federigo: sei preti robusti, divisi in coppie, percorrono ogni mattina la città con cibo, vino e vesti, danno denaro a chi si rimette in piedi e trovano un alloggio agli altri. Il cardinale compra grano per la diocesi, manda sale per rendere mangiabili erbe e cortecce, visita la città quartiere per quartiere; nel suo palazzo si distribuiscono duemila scodelle di minestra al giorno. Soccorre anche in segreto molte famiglie povere e rifiuta di distribuire il denaro degli altri: tutto viene dai suoi mezzi. Ma è poco rispetto al bisogno: mentre alcuni vengono salvati, in cento altri punti della città altri cadono e muoiono senza aiuto. Eppure non c'è nessun tentativo di rivolta: gli uomini, osserva il narratore, si ribellano ai mali mezzani e si curvano in silenzio sotto gli estremi. Anche i nobili vanno vestiti in modo dimesso, e i prepotenti camminano quasi soli, a capo basso.
Il lazzaretto dei poveri
Il tribunale della sanità avverte che tanta miseria può portare il contagio. Il tribunale di provvisione decide allora, contro il parere della Sanità, di chiudere tutti i mendicanti nel lazzaretto, un grande recinto quasi quadrato fuori porta orientale, con circa 288 stanzette e una chiesetta al centro. All'inizio ci vanno in tremila; poi i birri, pagati dieci soldi a testa, danno la caccia ai poveri e li portano a forza, finché sono quasi diecimila. Dormono in venti o trenta per stanza su paglia putrida, il pane è cattivo, l'acqua sporca; arrivano piogge, poi siccità e caldo. Presto muoiono più di cento persone al giorno, per una febbre che molti chiamano già pestilenza. La Provvisione, piena di vergogna, riapre il recinto: i sani scappano «con una gioia furibonda», i malati vengono portati a Santa Maria della Stella, dove quasi tutti muoiono. Con la mietitura la carestia finisce; Federigo congeda i contadini dando a ciascuno un giulio e una falce.
La guerra e i lanzichenecchi
Intanto la guerra va avanti. Richelieu e il re di Francia scendono in Italia, costringono don Gonzalo a levare l'assedio da Casale, poi tornano in Francia. Dall'altra parte arriva l'esercito imperiale, diretto a Mantova. Il medico Alessandro Tadino, uno dei conservatori della sanità, avverte il governatore che in quelle truppe cova la peste; don Gonzalo risponde che non sa che farci e che si speri nella Provvidenza. Poco dopo lascia Milano, richiamato per la cattiva guerra, tra i fischi e i sassi della folla; al suo posto arriva Ambrogio Spinola. Intanto i due medici della Sanità, il Tadino e Senatore Settala, propongono di vietare ogni commercio con i soldati, ma il presidente del tribunale non crede che possano morire migliaia di persone per così poco. A settembre i lanzichenecchi, 28.000 fanti e 7.000 cavalli, soldati di ventura che vivono di saccheggio, entrano nel ducato: per venti giorni le loro squadre devastano i paesi lungo l'Adda. Molti abitanti fuggono sui monti con le bestie e le cose migliori; chi resta vede i soldati frugare dappertutto, scavare la terra smossa degli orti, bruciare quello che non possono portare via. Colico è il primo paese invaso; poi toccano Bellano, la Valsassina e il territorio di Lecco.
Personaggi del capitolo 28
Nel capitolo 28 i protagonisti del romanzo scompaiono: la scena è occupata da personaggi storici come Federigo Borromeo, don Gonzalo, Antonio Ferrer e il medico Alessandro Tadino, e soprattutto dalla folla dei poveri.
| Personaggio | Chi è | Ruolo nel capitolo |
|---|---|---|
| Antonio Ferrer | Gran cancelliere | Firma gride inutili contro la carestia |
| Federigo Borromeo | Cardinale arcivescovo | Organizza i soccorsi ai poveri |
| I poveri di Milano | Operai, contadini, bravi, servitori | Muoiono di fame nelle strade e nel lazzaretto |
| Alessandro Tadino | Medico della Sanità | Avverte del pericolo di peste |
| Don Gonzalo | Governatore di Milano | Ignora il pericolo e lascia la città tra i fischi |
| Ambrogio Spinola | Nuovo governatore | Prende il posto di don Gonzalo |
| I lanzichenecchi | Soldati di ventura imperiali | Saccheggiano il ducato |
Temi del capitolo 28
Il capitolo 28 mostra gli errori del potere davanti alla carestia, la carità concreta di Federigo e la sofferenza degli umili, e prepara l'arrivo della peste portata dall'esercito imperiale.
- L'economia sbagliata: un prezzo imposto per legge genera una catena di divieti inutili.
- L'incompetenza delle autorità: il lazzaretto, deciso contro il parere dei medici, diventa una trappola mortale.
- La carità efficace: Federigo non si limita all'elemosina, ma organizza gli aiuti.
- La guerra come flagello: i soldati di ventura vivono del saccheggio dei paesi che attraversano.
Perché Manzoni scrive capitoli storici
Nei capitoli 28, 31 e 32 Manzoni interrompe la storia di Renzo e Lucia per raccontare i fatti pubblici, basandosi su storici come Ripamonti e Tadino: la carestia, la guerra e la peste decidono anche la sorte dei personaggi.
Il narratore lo ha annunciato alla fine del capitolo 27: i grandi avvenimenti arrivano fino agli umili come un turbine. Nel capitolo 28 cita le gride con le loro date, riporta le parole del Tadino e del Ripamonti, discute le cause della mortalità nel lazzaretto. Non è una digressione inutile: senza la carestia e il passaggio dei lanzichenecchi non si capirebbero la fuga di don Abbondio e la peste dei capitoli seguenti.
Schema riassuntivo
Schema del capitolo 28
Promessi Sposi, capitolo 28: carestia e guerra
La carestia
Abbondanza finta dopo la sommossa
Gride inutili, quattro impiccati
Milano piena di poveri
I soccorsi
Federigo: preti, minestra, un giulio e una falce
Lazzaretto: quasi 10.000 poveri, più di 100 morti al giorno
La guerra
Richelieu libera Casale
Don Gonzalo ignora il pericolo della peste e parte
Lanzichenecchi: Colico, Bellano, Valsassina, Lecco
Domande da interrogazione
- Perché l'abbondanza dopo la sommossa dura poco? Risposta: perché il prezzo è imposto e tutti comprano e fanno scorte.
- Qual è l'errore delle gride secondo Manzoni? Risposta: fissare il prezzo del pane lontano dal prezzo reale, e poi rimediare alle conseguenze con nuovi divieti.
- Chi chiede l'elemosina a Milano? Risposta: operai, bottegai, servitori, bravi e soprattutto contadini venuti dalla campagna.
- Come aiuta i poveri Federigo? Risposta: con sei preti che portano cibo e vesti, grano per la diocesi e duemila minestre al giorno.
- Perché i poveri non si ribellano? Risposta: perché, dice il narratore, sotto i mali estremi ci si curva in silenzio.
- Che cosa decide il tribunale di provvisione? Risposta: di chiudere tutti i mendicanti nel lazzaretto, contro il parere della Sanità.
- Come va a finire il lazzaretto? Risposta: con più di cento morti al giorno e la riapertura del recinto.
- Che cosa risponde don Gonzalo al Tadino? Risposta: che non sa che farci e che si speri nella Provvidenza.
- Come lascia Milano don Gonzalo? Risposta: tra fischi e sassi, accusato della carestia.
- Chi sono i lanzichenecchi? Risposta: soldati di ventura dell'esercito imperiale, che saccheggiano i paesi e portano la peste.
Versione semplice (DSA)
Il capitolo 28 in poche frasi
- Dopo la rivolta il pane costa poco, ma solo per qualche giorno.
- Il governo fa molte leggi, ma la fame cresce.
- Le strade di Milano si riempiono di poveri che muoiono di fame.
- Il cardinale Federigo organizza aiuti con cibo e vestiti.
- Le autorità chiudono tutti i poveri nel lazzaretto.
- Nel lazzaretto muoiono più di cento persone al giorno.
- Il lazzaretto viene riaperto e la carestia finisce con il raccolto.
- Un medico avverte che i soldati tedeschi portano la peste.
- Don Gonzalo non fa niente e lascia Milano tra i fischi.
- I lanzichenecchi entrano nel ducato e saccheggiano i paesi.
Mettiti alla prova
Domanda 1 di 10
Che cosa succede a Milano subito dopo la sommossa di San Martino?
Domanda 2 di 10
Secondo il narratore, qual è l'errore alla base di tutte le gride sulla carestia?
Domanda 3 di 10
Chi si vede chiedere l'elemosina per le strade di Milano durante la carestia?
Domanda 4 di 10
Come organizza gli aiuti il cardinale Federigo?
Domanda 5 di 10
Perché gli affamati non si ribellano, pur soffrendo più che a San Martino?
Domanda 6 di 10
Dove vengono radunati i mendicanti di Milano?
Domanda 7 di 10
Come finisce l'esperimento del lazzaretto?
Domanda 8 di 10
Che cosa dona Federigo ai contadini che tornano ai campi per la mietitura?
Domanda 9 di 10
Come risponde don Gonzalo al Tadino, che teme la peste portata dai lanzichenecchi?
Domanda 10 di 10
Quale fu la prima terra del ducato invasa dai lanzichenecchi?
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Chi sono i lanzichenecchi dei Promessi Sposi?
Sono i soldati di ventura dell'esercito imperiale, in gran parte tedeschi, che nel settembre 1629 attraversano il ducato di Milano per andare all'assedio di Mantova. Saccheggiano i paesi e portano con sé la peste.
Il lazzaretto del capitolo 28 è lo stesso della peste?
Sì: è lo stesso recinto fuori porta orientale. Nel capitolo 28 vi vengono chiusi i mendicanti durante la carestia; nei capitoli 35 e 36 accoglie gli appestati e lì Renzo ritroverà Lucia.
Nel capitolo 28 compaiono Renzo e Lucia?
No: il capitolo è interamente storico. Manzoni racconta i fatti pubblici che, dal capitolo 29 in poi, travolgeranno anche i suoi personaggi.
Fonti
- A. Manzoni, I promessi sposi (1840), capitolo XXVIII, Wikisource
- A. Manzoni, I promessi sposi, ed. 1840 (testo integrale), Wikisource
- A. Manzoni, I promessi sposi (ed. Guglielmini e Redaelli, 1840), Liber Liber
- I promessi sposi, Enciclopedia Treccani
- Lazzaretto, Enciclopedia Treccani
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