Promessi Sposi, capitolo 31: riassunto semplice, schema e quiz
Aggiornato il · Scritto da Revizly
Il capitolo 31 dei Promessi Sposi è il primo dei due capitoli storici sulla peste del 1630. Manzoni racconta come il contagio entra a Milano mentre autorità, medici e popolo si ostinano a negarlo, fino alla paura delle unzioni.
Riassunto del capitolo 31
La peste portata dai lanzichenecchi si diffonde nel contado e poi a Milano; le autorità agiscono tardi, la gente deride i medici che la riconoscono e, quando non si può più negarla, comincia a credere agli untori.
La peste nel contado
La peste che il tribunale della sanità temeva entra davvero con l'esercito tedesco. Manzoni spiega di voler raccontare, confrontando le cronache del tempo (soprattutto quelle del Ripamonti e del medico Tadino) e i documenti ufficiali, un tratto di storia patria «più famoso che conosciuto». Lungo il percorso dei soldati si trovano cadaveri, poi interi paesi si ammalano con segni che solo i più vecchi riconoscono: quelli della peste di cinquantatré anni prima, detta di san Carlo.
Il 20 ottobre il protofisico Lodovico Settala riferisce che a Chiuso, nel territorio di Lecco, è scoppiato il contagio; il tribunale non decide nulla. Arrivano notizie da Lecco e da Bellano: viene mandato un commissario con un medico di Como, che si lasciano convincere da un vecchio barbiere ignorante che non si tratta di peste. Solo in seguito il Tadino e un auditore percorrono il contado e trovano paesi chiusi o deserti e gente fuggita nei campi con in mano erbe e aceto: la peste è ovunque. Il tribunale decide il 30 ottobre di chiudere la città a chi viene dai paesi infetti, ma la grida sulle bullette viene pubblicata solo il 29 novembre. Il governatore Ambrogio Spinola risponde che i pensieri della guerra sono più gravi e ordina feste pubbliche per la nascita di un principe. Manzoni aggiunge che morirà pochi mesi dopo in quella stessa guerra, amareggiato dall'ingratitudine di chi serviva.
Milano non ci crede
Ancora più strana è la condotta della popolazione: chi parla di peste viene accolto con beffe e disprezzo, e la stessa cecità regna nel senato e nei magistrati. Solo il cardinale Federigo scrive ai parroci di raccomandare ai fedeli di denunciare i casi e consegnare la roba infetta. Intanto la peste è già entrata: un soldato italiano al servizio della Spagna (i cronisti non sono d'accordo neppure sul nome) arriva con un fagotto di vesti prese ai tedeschi, si ammala in casa di parenti a porta orientale e muore all'ospedale con un bubbone sotto l'ascella. Il suo padrone di casa, Carlo Colonna, sonatore di liuto, è il primo contagiato fuori dall'ospedale.
Per tutto l'inverno il male cova, con casi rari che anzi confermano la fiducia generale che non ci sia peste. Molti medici danno nomi di malattie comuni a ogni caso; la gente nasconde i malati e corrompe i becchini per paura del lazzaretto. L'odio si concentra sui due medici della Sanità, Tadino e Senatore Settala, insultati e presi a sassi come «nemici della patria». Anche il vecchio Lodovico Settala, uomo dottissimo e caritatevole, viene assalito dalla folla e deve rifugiarsi in casa di amici. Manzoni osserva con amarezza che lo stesso Settala, per un suo parere, aveva contribuito a far torturare e bruciare come strega una povera donna: e per quello era stato lodato.
Dalle febbri pestilenti agli untori
A fine marzo i morti si moltiplicano, con bubboni, lividi, deliri. I medici che avevano negato il contagio inventano il nome di «febbri maligne» o «pestilenti»: una «trufferia di parole» che non fa capire la cosa più importante, cioè che il male si attacca per contatto. I magistrati, come svegliati da un sonno profondo, cominciano ad ascoltare la Sanità, mentre i decurioni cercano a fatica soldi per il lazzaretto, per i poveri e per il grano. Il lazzaretto, sempre più affollato e disordinato, viene affidato ai cappuccini: il 30 marzo vi entrano padre Felice Casati e padre Michele Pozzobonelli. Padre Felice governa con energia e carità, si ammala, guarisce e torna al lavoro; in sette mesi passano di lì circa cinquantamila persone. Quando la peste colpisce anche famiglie illustri, come quella del Settala, gli increduli cominciano a tacere.
Ma chi aveva negato il contagio, per non ammettere il suo errore, cerca un'altra causa e la trova nelle credenze del tempo: veleni, malefici, persone che spargono la peste. Un dispaccio del re aveva già avvertito di quattro francesi fuggiti da Madrid, sospettati di spargere unguenti velenosi. La sera del 17 maggio alcuni credono di vedere persone ungere un assito in duomo; il presidente della Sanità non trova nulla, ma assito e panche vengono portati fuori, e si dice che sia stato unto tutto. La mattina dopo muri e porte della città appaiono imbrattati di una sostanza giallastra: forse uno scherzo, forse una provocazione. I forestieri, riconoscibili dai vestiti, vengono arrestati per strada, ma gli interrogatori non trovano nessun colpevole; la Sanità promette premi a chi scopre gli autori e, tacendo in pubblico la sua ipotesi dello scherzo, alimenta il sospetto. Ognuno ha il suo colpevole: don Gonzalo che si vendica dei fischi, Richelieu che vuole spopolare Milano, il Collalto, Wallenstein, qualche gentiluomo milanese. Resta ancora chi dice che non è vera peste, perché altrimenti morirebbero tutti. Infine, a Pentecoste, per convincere gli ultimi increduli, fa portare su un carro i cadaveri nudi di una famiglia morta di peste tra la folla in gala. Manzoni conclude: prima non peste, poi febbri pestilenti, poi peste, ma ormai legata all'idea del veleno. Basterebbe «osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare».
Personaggi storici del capitolo 31
Il capitolo 31 non ha personaggi inventati: i protagonisti sono medici, governanti e frati realmente esistiti, e soprattutto la popolazione di Milano, che nega la peste fino all'ultimo.
| Personaggio | Chi è | Ruolo nel capitolo |
|---|---|---|
| Lodovico Settala | Protofisico quasi ottantenne | Segnala il contagio, viene assalito dalla folla |
| Alessandro Tadino | Medico della Sanità e cronista | Visita il contado e lotta contro l'incredulità |
| Senatore Settala | Medico, figlio di Lodovico | Odiato insieme al Tadino |
| Ambrogio Spinola | Governatore di Milano | Mette la guerra prima della peste |
| Federigo Borromeo | Cardinale arcivescovo | Chiede ai parroci di far denunciare i casi |
| Padre Felice Casati | Cappuccino | Governa il lazzaretto per sette mesi |
| Il Ripamonti | Storico di Milano | Fonte principale di Manzoni |
Temi del capitolo 31
Il capitolo 31 è una riflessione sull'errore collettivo: le autorità ritardano, la folla nega l'evidenza, e quando il male non si può più negare si cercano colpevoli invece di cause.
- L'incompetenza delle istituzioni: ritardi, feste pubbliche, gride pubblicate troppo tardi.
- La negazione: la paura della quarantena spinge a nascondere i malati e a deridere i medici.
- Le parole che ingannano: «febbri pestilenti» è un modo per non dire la verità.
- Il capro espiatorio: chi ha sbagliato preferisce credere agli untori piuttosto che ammettere il contagio.
Chi erano gli untori
Gli untori erano le persone accusate di spargere la peste con unguenti velenosi: Manzoni mostra che non esistevano, ma che la paura e il bisogno di un colpevole resero quella credenza fortissima nel 1630.
Nel capitolo 31 Manzoni ricostruisce come nasce il sospetto: il dispaccio del re sui francesi fuggiti da Madrid, l'assito del duomo, i muri imbrattati. Nel capitolo 32 racconterà le conseguenze: un vecchio linciato in chiesa, forestieri aggrediti per strada, sospetti perfino tra marito e moglie. I processi agli untori li affronterà in un'opera a parte, la Storia della colonna infame.
Schema riassuntivo
Schema del capitolo 31
Promessi Sposi, capitolo 31: la peste a Milano
Nel contado
Portata dai lanzichenecchi
Il barbiere di Bellano: «non è peste»
Spinola: prima la guerra, poi le feste
A Milano
Il soldato con le vesti tedesche; Carlo Colonna
Casi nascosti, medici derisi, Settala assalito
«Febbri pestilenti»; i cappuccini al lazzaretto
Gli untori
L'assito del duomo (17 maggio)
I muri imbrattati (18 maggio)
Il carro dei cadaveri a Pentecoste
Domande da interrogazione
- Chi porta la peste nel ducato? Risposta: l'esercito dei lanzichenecchi diretto a Mantova.
- Perché la peste di cinquantatré anni prima si chiama di san Carlo? Risposta: per la carità con cui san Carlo Borromeo aveva assistito i malati.
- Chi nega per primo che sia peste? Risposta: un vecchio barbiere di Bellano, che convince il commissario e il medico di Como.
- Come reagisce il governatore Spinola? Risposta: dice che la guerra è più importante e ordina feste pubbliche.
- Chi porta la peste a Milano? Risposta: un soldato italiano al servizio della Spagna, con vesti prese ai tedeschi.
- Perché i malati vengono nascosti? Risposta: per paura della quarantena e del lazzaretto.
- Perché la folla odia i medici? Risposta: perché li crede impostori che vogliono spaventare la città.
- Che cosa sono le «febbri pestilenti»? Risposta: un nome inventato per non ammettere il contagio.
- Chi governa il lazzaretto? Risposta: i cappuccini guidati da padre Felice Casati.
- Come nasce la credenza negli untori? Risposta: da chi non vuole ammettere il contagio, dall'assito del duomo e dai muri imbrattati del 18 maggio.
Versione semplice (DSA)
Il capitolo 31 in poche frasi
- I soldati tedeschi portano la peste nel ducato di Milano.
- Le autorità all'inizio non ci credono e non fanno niente.
- Il governatore pensa solo alla guerra.
- Un soldato porta la malattia dentro Milano.
- La gente nasconde i malati per non andare al lazzaretto.
- I medici che parlano di peste vengono insultati.
- Il lazzaretto viene affidato ai frati cappuccini.
- Quando i morti aumentano, la gente cerca un colpevole.
- Si crede che qualcuno sparga la peste con unguenti: gli untori.
- Manzoni insegna a osservare e pensare prima di parlare.
Mettiti alla prova
Domanda 1 di 10
Chi porta la peste nel ducato di Milano?
Domanda 2 di 10
Come si chiamava la peste di cinquantatré anni prima?
Domanda 3 di 10
Chi convince il commissario e il medico di Como che non si tratta di peste?
Domanda 4 di 10
Come risponde il governatore Spinola ai delegati della Sanità?
Domanda 5 di 10
Chi porta per primo la peste dentro Milano, secondo Tadino e Ripamonti?
Domanda 6 di 10
Perché la gente odia i medici Tadino e Senatore Settala?
Domanda 7 di 10
Che cosa succede all'anziano protofisico Lodovico Settala?
Domanda 8 di 10
A chi viene affidato il governo del lazzaretto?
Domanda 9 di 10
Che cosa accade in duomo la sera del 17 maggio?
Domanda 10 di 10
Come descrive Manzoni i cambiamenti del nome dato alla malattia?
Flashcard per il ripasso
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Il capitolo 31 è inventato o storico?
È storico: Manzoni ricostruisce la peste del 1630 confrontando le cronache del Ripamonti e del Tadino con i documenti ufficiali. I personaggi del romanzo non compaiono.
Perché la gente non credeva alla peste?
Perché le morti sembravano spiegate dalla carestia e dalla guerra, e perché ammettere la peste significava quarantene, roghi di vestiti e lazzaretto. La paura delle misure fu più forte della paura del male.
Qual è la differenza tra capitolo 31 e capitolo 32?
Il 31 racconta l'arrivo della peste e la nascita del sospetto degli untori; il 32 racconta la peste nel pieno della sua violenza, la processione, i monatti e la caccia agli untori.
Fonti
- A. Manzoni, I promessi sposi (1840), capitolo XXXI, Wikisource
- A. Manzoni, I promessi sposi, ed. 1840 (testo integrale), Wikisource
- A. Manzoni, I promessi sposi (ed. Guglielmini e Redaelli, 1840), Liber Liber
- I promessi sposi, Enciclopedia Treccani
- Peste, Enciclopedia Treccani
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