★ Da sapere
Approfondimenti
📌 A differenza di Agostino, i Greci non manifestarono una preoccupazione teologica analoga per la natura della lingua divina.
★ Da sapere
📌 Plutarco presenta una concezione in cui i demoni comunicano attraverso una voce umana prodotta dall’aria colpita dal pensiero, mentre Ermia concepisce una voce divina non corporea, estranea all’esperienza umana. - De Genio
Approfondimenti
Secondo Plutarco, i messaggi dei demoni passano attraverso gli uomini e trovano eco soltanto in chi ha carattere stabile e animo sereno, cioè negli uomini santi e nei demoni. - De Genio
Plotino riteneva concepibile che i demoni emettessero voci perché abitano l’aria e la voce è un colpo impresso all’aria.
Ermia oppone gli dèi, dotati di facoltà cognitive ma privi di sensibilità, agli esseri umani, caratterizzati da percezioni sensibili. - Ermia Alessandrino, In Plat. Phaedr.
Filone d’Alessandria contrappone le parole divine, pure e incorporee, alla parola umana modellata nella bocca.
Per Calcidio, Socrate presagiva la presenza dell’essere divino attraverso una voce incorporea, riprendendo l’interpretazione secondo cui il demone non era una visione ma la percezione di una voce o l’intelligenza di una parola. - In Plat. Tim.
Aria colpita per Plutarco, voce incorporea per Ermia e Calcidio
★ Da sapere
In Omero Briareo è il nome del gigante per gli dèi, mentre gli uomini lo chiamano Egeone; il fiume Scamandro è chiamato Xanthos dagli dèi e il nutrimento divino è chiamato ambrosia.
Romano Lazzeroni interpreta le parole divine come metafore per nominare elementi naturali divinizzati e riconduce il fenomeno al tabù linguistico. - Lazzeroni, R., Lingua degli dei e lingua degli uomini, 1957
Secondo un’interpretazione dei passi omerici, gli dèi non parlano una vera lingua divina: il richiamo a tale lingua segnala la differenza tra dèi e uomini attraverso oggetti ed elementi della realtà.
Approfondimenti
Hermann Güntert propose di comparare testi ittiti, celti e indo-iraniani nello studio della lingua degli dèi indoeuropea. - Güntert, H., Von der Sprache der Götter und Geister. Untersuchungen zur homerischen und eddischen Göttersprache, 1921
Un’interpretazione diffusa per circa mezzo secolo descriveva la lingua divina indoeuropea come arcaica, oscura e poetica, con possibili tracce nell’ermetismo dei poeti indoeuropei.
📌 Un’interpretazione metalinguistica considera le denominazioni divine non come un doppio vocabolario degli dèi e degli uomini, ma come una riflessione sul rapporto tra linguaggio e realtà.
★ Da sapere
📌 Zeus è signore di tutte le voci e la sua voce esprime autorità e potere illimitato; il suo mythos è parola pubblica e rappresentativa, mentre l’epos è socialmente meno autorevole.
📌 Le voci degli dèi in guerra sono rappresentate come colpi simili ad armi, mentre la voce delle Muse è un canto articolato, fluido e armonioso che fa risuonare la terra e l’Olimpo.
Approfondimenti
La voce di Aiace raggiunge il cielo e la voce potente è associata all’eroismo e all’autorità, oltre i limiti delle comuni capacità vocali umane.
Gli dèi possono manifestare la propria potenza vocale con grida in battaglia: Atena e Ares incoraggiano le parti avverse, Era richiama Efesto e Ares ferito grida con l’energia vocale di novemila o diecimila uomini.
Omero rappresenta dèi che assumono voci umane o imitano perfettamente timbro e tono di personaggi umani: Iris usa la voce di Polites, Poseidone quella di Calcante ed Era quella di Stentore.
La voce armata degli dèi contrasta con il canto fluido delle Muse
★ Da sapere
📌 Nell’Anatolia ittita, secondo Domenico Silvestri, il hattico è una lingua tecnica di comunicazione, l’ittita è la lingua degli uomini del potere e il luvio è la lingua rituale usata dagli operatori nel contesto sacro. - Silvestri, D., 1984
Approfondimenti
★ Da sapere
Nei rituali della tarda Antichità greco-romano-egizia la voce divina può spaziare dal grido al silenzio e dalle lingue storiche a lingue inventate; l’operatore rituale deve usare voci attribuite agli dèi e parlare come una divinità perché il rito sia efficace.
In diverse tradizioni rituali, evocare il nome significa chiamare la divinità all’esistenza, che risiede nella combinazione dei nomi o nei singoli elementi alfabetici del nome.
📌 Le prescrizioni fonetiche rituali non sono semplici istruzioni per ripetere correttamente un nome, ma tecniche vocali che manifestano l’identità divina e le sue modalità d’azione.
Approfondimenti
Per invocare Mene, l’operatore deve conoscere i segni acustici della dea, tra cui silenzio, suono labiale, gemito, fischio, grido, mugolio, latrato, muggito, nitrito, suono armonioso, soffio risonante, eco del vento e suono coercitivo.
Giamblico definisce come connaturali a ciascuna divinità suoni e soffi consacrati, proporzionati al rango, al potere, ai movimenti e alle voci armoniche della divinità.
Nel PGM XIII il dio IAO è presentato come il più grande degli dèi nato dal suono, mentre Phobos nasce dall’eco o da un suono labiale.
Le sequenze sonore rituali citate sono: sette risate successive per la creazione del mondo, «sssssss» per Eros, «eeeeeeee» per Psiche
Imitare i suoni divini rende efficace l’invocazione
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1. Nella tradizione ebraica greco-alessandrina, a chi è attribuito il compito di imporre i nomi alle cose?
2. Quale interpretazione del ruolo di Adamo si collega alla tradizione ebraica greco-alessandrina riportata da Filone d’Alessandria?
Memorizza i concetti chiave di La voce divina nell’antichità con 44 flashcard interattive.
In quale opera Agostino si interrogò sulla lingua del «Fiat Lux»?
Nel commento alla Genesi.
Quale lingua interiore descrive Agostino nel commento alla Genesi?
Una voce spirituale senza segni sonori né mediatori angelici, non legata a una lingua storica.
Che cosa non definiscono esplicitamente le interpretazioni neoplatoniche della tarda Antichità?
La voce divina né l’esistenza di una lingua divina.
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